lunedì 19 febbraio 2018

Final Eight: il giorno dopo...diamo i numeri!

Che peccato, son già finite. E' calato ieri, infatti, il sipario sulla kermesse fiorentina che, probabilmente, possiamo considerare tra le più belle, intense ed emozionanti degli ultimi anni. Sorprese tante, colpi di scena a non finire e protagonisti inaspettati: andiamo ad analizzare, in un'ideale classifica da 10 a 0, cosa ci hanno lasciato queste Final Eight.

10: Paolo Galbiati e la Fiat Torino. Alzi la mano chi, se non (forse!) il più ottimista dei tifosi piemontesi, pensava di ricominciare la settimana lavorativa con un sorriso a 32 denti stampato sul volto. Tanti meriti vanno all'allenatore di Torino, presentatasi come vera underdog a Firenze: Paolo Galbiati si è insediato in punta di piedi sulla panchina della Fiat e, in due settimane, è riuscito a portare Torino a conquistare la sua prima Coppa Italia e, cosa più importante, è riuscito a far trovare la giusta coesione ad un gruppo che, dopo l'addio di Banchi, sembrava aver perso la sua identità. E poi, lasciatecelo dire: un ragazzo di 33 anni, che tre anni fa allenava in Serie C a Boffalora e probabilmente una finale di Coppa Italia l'avrebbe sognata nel 2030, che come cosa più semplice ha compattato il gruppo e si è messo a disposizione dei suoi ragazzi, che in panchina esultava, saltava, si dannava, "giocando" letteralmente con i suoi giocatori, che alla sirena finale la prima cosa che fa è correre in par terre per abbracciare i genitori, lasciando il proscenio a quegli stessi giocatori, ci piace tantissimo, e ci riconcilia con un mondo dello sport romantico, dove è ancora bello credere nelle favole.

9: Germani Basket Brescia. Questa 4 giorni fiorentina ci ha consegnato una certezza: coach Diana, il Superman di questa Brescia, ha in Torino la sua cryptonite. La Leonessa, forse, più di tutte meritava di portare avanti il trofeo nazionale per il modo in cui ha iniziato la stagione, queste finali e soprattutto la finale, condotta per 38'; ma, come 3 anni fa, ancora Torino nega una gioia ai lombardi: allora erano le semifinali di A2, sempre con Diana in panca, oggi poteva essere il primo trofeo da regalare alla presidentessa Bragaglio. Menzione particolare per Andrea Traini: è stato tra i protagonisti dei suoi, non si è tirato mai indietro e speriamo continui così nella seconda metà di stagione. Speriamo che questa mazzata non vada a minare le certezze che la Leonessa si è costruita negli ultimi mesi.

8: Salvatore Parrillo e Cantù. Senza Culpepper, senza Crosariol in panca per onor di firma, Thomas infortunatosi ai quarti e che ha giocato su una gamba e mezza la semifinale con Brescia. L'anima del capitano, la cazzimma di Sasà Parrillo si è reincarnata in tutta la formazione brianzola, andata ogni oltre limite, che ha spazzato via Milano senza colpo ferire. In più il suo capitano è stato tra i protagonisti della Red October con quasi 12 punti di media ed il 66% dall'arco (6/9). Sarà servito a poco ma, ancora una volta, Cantù ha capito che può contare sul suo capitano, che è il nostro MVP simbolico di questa kermesse.

7: Vanoli Cremona. Stavolta è riuscito a metà lo scherzetto alla banda di Meo Sacchetti: pronti via ed elimina la capolista del nostro campionato, salvo poi piegarsi contro la vincitrice del torneo piegandosi solo al supplementare. I rimpianti, anche in questo caso, sono tanti: dalla marea di liberi falliti in semifinale (11 errori su 32 tentativi) alla gestione dei possessi fondamentali, costati cari alla Vanoli; ma se ti presenti da ottava, neopromossa, fai fuori Avellino, e rispolveri un Drake Diener d'annata, forse va anche bene così.

6: Segafredo Virtus Bologna. Potremmo fare lo stesso discorso fatto per Cantù: senza Aradori, con Stefano Gentile recuperato in extremis ed il fratello Alessandro infortunatosi quasi all'intervallo, chiedere di più alla Virtus ci sembra eccessivo. Anche i 14 punti di scarto rimediati contro Brescia ci sembrano eccessivi, visto che i felsinei hanno combattuto con le unghie e con i denti per 35': tutta esperienza per questa Virtus che può rifarsi in quest'ultima parte di campionato. Un plauso a metà alla tifoseria: per quanto calorosi, numerosi e colorati gli oltre 2.000 supporters felsinei che hanno letteralmente invaso il "Mandela Forum", non ci è piaciuto l'epilogo del quarto di finale con Brescia, con una bottiglietta d'acqua lanciata in campo che ha sfiorato, alla testa, l'arbitro Lo Guzzo, rischiando di fargli male sul serio.

5: gli assenti illustri. Lawal (Avellino), Orelik (Venezia), Culpepper e Crosariol (Cantù), Aradori (Bologna). Questi gli assenti di questa coppa Italia, cui si sono aggiunti, purtroppo, Ale Gentile e Thomas, con quest'ultimo rimasto in campo con un infortunio che lo ha colpito già nella prima gara. Vince il nostro personalissimo premio di highlander Peppe Poeta che ha giocato con una moltitudine di infortuni, a partire dal volto fino al polpaccio, senza dimenticare il flessore capriccioso di David Moss, che in semifinale l'ha tenuto a mezzo servizio, ma che non gli ha impedito di giocare la finale e di andare a tanto così dal segnare il jumper che sarebbe significato over time.

4: come i giorni fantastici di Coppa Italia. Diciamoci la verità, erano anni che non ci si emozionava così tanto per una Final Eight: dall'anno della vittoria di Sassari o, addirittura, dall'anno prima quando Varese sfiorò il colpaccio contro Siena. Gare intense e tirate, pathos alle stelle ed una cornice di pubblico inimmaginabile, considerando che il grande basket a Firenze manca da tanti, troppi anni.

3: le gare finite al supplementare. Tre gare terminate all'overtime, e potevano esser quattro se Washington non inventava il contropiede fatale per il canestro di Vujacic. Equilibrio e spettacolo, come non se ne vedeva da anni: semplicemente le finali che volevamo!

2: Umana Reyer Venezia. Non la solita Reyer. Stop. I lagunari sembravano arrivati tramortiti in Toscana, 4 punti in un quarto contro Torino, poi una lenta rimonta fino al -5, forse l'unico momento in cui davvero i lagunari hanno accelerato, prima del tracollo finale degli ultimi 120''. L'errore, probabilmente, è stato quello di adattarsi ai ritmi forsennati di Torino, per poi cadere contro la velenosissima zona fronte dispari piazzata da Galbiati, un autentico scacco matto a De Raffaele. Cara Venezia, ci aspettavamo molto, molto di più.

1: Sidigas Avellino. Di certo Avellino è la squadra che esce più ridimensionata dalle Final Eight. Arrivata a Firenze per vincere, ha iniziato dominando con Fesenko che raggiunge la doppia doppia già all'intervallo, e poi? Poi si specchia troppo, lascia strafare Cremona e si gioca il finale con il coltello tra i denti. E' proprio nei finali che Avellino manifesta qualche problema di nervi di troppo: prima il tecnico a Sacripanti, che rischia di far scappare definitivamente Cremona, poi, acciuffato il supplementare, ci pensa Fesenko a gettare tutto alle ortiche, facendosi sanzionare la grande "T" che fa scappare definitivamente i buoi.

0: EA7 Emporio Armani Milano. Milano....Milano...Milano. Eh beh, abbiamo definito Avellino come la più ridimensionata perchè Milano, in Toscana, non si è proprio presentata, magari è rimasta bloccata nel traffico di Barberino del Mugello. Mai in partita, linguaggio del corpo blando, senza cattiveria e tutta l'aria di chi al Nelson Mandela Forum ci è andato per spezzare la routine meneghina. I (pochi diciamoci la verità) supporters lombardi "scesi" a Firenze, alla sirena finale della disfatta nel derby con Cantù, hanno aspramente contestato squadra, staff tecnico e, soprattutto, la società, in primis i "soliti" Proli e Portaluppi, rei di essere a capo di ques'ennesimo tonfo, in una stagione che ha visto le ennesime spese importanti, a bocce ferme e in corso d'opera, vedasi l'inserimento di Mindaugas Kuzminskas, non proprio il vostro abituale ragazzino delle giovanili.

Francesco Padula - Mario della Peruta

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