venerdì 15 maggio 2015

Hackett, la storia del vincente

da sito ufficiale Olimpia Milano:

Hackett, la storia del vincente
Questa è la cover-story del Game Program in distribuzione lunedì al Mediolanum Forum in occasione di gara 1 dei quarti di finale dei playoffs tra EA7 Emporio Armani Milano e Granarolo Bologna.

Per quanto i record dell’Olimpia negli ultimi due anni appaiano alle volte persino esagerati (33 vittorie casalinghe in fila, 20 vittorie consecutive in questa stagione ma erano state 19 – o 21 contando i playoffs – nella passata stagione eccetera), forse ce n’è uno individuale che è ancora più stupefacente. Da quando è a Milano, Daniel Hackett non ha mai perso una partita di regular season. Non ci sono eccezioni tra gare casalinghe e gare esterne. Hackett non ha mai perso. E’ arrivato nel dicembre del 2013 dopo una sconfitta, a Cantù, e non ha mai perso come del resto l’Olimpia. In questa stagione, ha potuto debuttare solo dalla prima di ritorno. Da quel momento, l’EA7 ha ceduto due volte, a Cantù e Capo d’Orlando, ma Hackett non era presente per infortunio. In tutto fanno 30 vittorie in 30 gare. Un caso? Qualche partita l’Olimpia l’ha vinta con un Hackett sottotono, questo è certo, ma su un numero di partite così ampio non si può discutere troppo. DH lascia il segno.
L’ha sempre fatto: nel dicembre del 1987 stava per nascere a Istanbul perché il padre Rudy giocava al Fenerbahce ma mamma Katia rientrò in fretta in Italia perché voleva che nascesse qui. E così vide la luce a Forlimpopoli anche se lui si è sempre considerato un pesarese autentico. Ama il mare, ma lo soffre se sale su una barca, e per questo il suo passatempo preferito, la pesca, lo pratica soprattutto sui fiumi. Adora Pesaro, segue i risultati della squadra del cuore, la sua prima squadra, quella cui deve il rilancio della carriera dopo l’anno buio di Treviso, aspettative troppo alte dopo tre anni di college a Southern California, eppure quella specie di forza interiore lo porta via. A 14 anni lo portò fino in America: voleva diventare un giocatore ma non stava andando da nessuna parte e il padre gli propose di fare un sacrificio estremo. Volò a Los Angeles, un ragazzo di colore che parlava solo italiano. Ma Los Angeles è una città aperta, grande, enorme, multietnica, e Daniel si è ambientato in fretta. Ha anche terminato il liceo con un anno di anticipo per diventare il playmaker di USC dopo la tragica scomparsa del titolare designato, Ryan Francis. Tre anni con il cuore in gola, di grandi risultati, di tornei NCAA aggrediti, di vittorie nella Pac 10 Conference per riappropriarsi della città come stava facendo la squadra di football. A USC aprirono anche un nuovo impianto, il Galen Center accanto al Coliseum, lo stadio delle Olimpiadi del 1984. Anni belli per i Trojans che sfornarono campioni in serie come Taj Gibson, Gabe Pruitt, come Nick Young, lo stesso OJ Majo che forse ha rovinato un po’ la chimica di squadra come Hackett avrebbe imparato a sue spese. E appunto Hackett che nella NBA non è andato ma la sua carriera la sta facendo.
Hackett è un ragazzo particolare. Fa tutto con la mano destra ma tira con la mano sinistra, un’intuizione dei tempi di Pesaro. Ha un motore che viaggia sempre ad un altissimo numero di giri, ma non è un playmaker né una guardia, è tutte e due le cose e ciò che gli riesce meglio è “migliorare i compagni”. E può cambiare, può cambiare look – ma alla fine torna sempre ai dreads – e numero di maglia, passare dal 12 di Antonello Riva al vecchio 23 delle grandi imprese, della vittorie. Può segnare il canestro della vittoria come contro il Bayern o apparecchiare la tavola per un compagno, sia esso il gemello Gentile con il quale condivide camera in trasferta, amicizia di vecchia data e soprattutto un grande rispetto, o MarShon Brooks. E’ tutto tatuato, Hackett, ma non ne parla volentieri “perché sono cose personali”, come il rapporto con la religione “che vivo a modo mio ma è profondo”. Hackett che trova sicurezza nel lavoro, nella fatica con la quale risponde ad ogni prova insoddisfacente perché lo stile naif che lo contraddistingue diventa disciplina nel lavoro quotidiano che consista nel tirare alla sfinimento o nel farsi torturare dal lavoro fisico in palestra. Lo scorso anno nei playoffs ebbe momenti difficili ma riemerse giusto in tempo per decidere gara 7 di finale, un assist per Curtis Jerrells, una palla rubata, un gioco da tre punti. E poi le lacrime di commozione nello spogliatoio. Daniel Hackett, un vincente.
Hackett e Gentile due Mvp per l’EA7
L’Olimpia ha una caratteristica: allinea nella stessa squadra i due ultimi Mvp della finale scudetto. Daniel Hackett fu Mvp nel 2013 quando portò Siena al tricolore, eliminando anche Milano nei quarti di finale. Alessandro Gentile è stato Mvp della finale del 2014 in cui l’Olimpia si è ripresa lo scudetto che mancava dal 1996. David Moss invece è il giocatore dell’attuale roster che ha vinto di più in Italia, quattro scudetti, tre con Siena e uno con Milano, striscia aperta.

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