sabato 28 marzo 2020

Episode Three: Enjoy the silence


Ci sono tante cose che ci fanno pensare all’America.
I loro film, i loro panini, i loro blue jeans, il loro slang.
Ma c’è anche una cosa che è molto americana, forse la più americana di tutte per certi punti di vista.
La solitudine.
Ed è solo quel ragazzo di 16 anni, nella sua stanza, ha appena finito di fare le treccine ai capelli.
Squilla il telefono, e da allora, da quel 19 Gennaio 2008, nella di vita di quell’esile ragazzino entrerà un fondamentale che lo accompagnerà per tutta la vita, almeno fino ad oggi.
Il silenzio.
Per fortuna, per lui e per noi, parleranno le sue mani.
Perché questa è la storia di Kawhi Anthony Leonard.

Siamo a Riverside, in California, il piccolo Kawhi, nonostante una situazione familiare ormai comune negli States (i genitori sono separati), vive e cresce con la mamma e le sorelle, che lo coccolano e non gli fanno mancare niente.
Quando mamma Kim è a lavoro passa tanto tempo con papà Mark, che gestisce un autolavaggio a Los Angeles e con il quale crea un rapporto solido nonostante l’assenza.
Il 20 Gennaio 2008, con i suoi Riverside King, deve affrontare Compton: Kawhi non vede l’ora di far vedere al padre le treccine che si è accuratamente fatto il pomeriggio, perché è con quel look che scenderà in campo.
Il pomeriggio, apparentemente sereno, di quel maledetto 19 Gennaio viene squarciato letteralmente da una telefonata. Mamma Kim scoppia in lacrime, dall’altro lato della cornetta c’è una delle sue figlie: “Papà è morto, gli hanno sparato!”.
Mark Leonard, che stava per mettersi in viaggio per andare a vedere Kawhi, viene freddato da due colpi di pistola, probabilmente per regolare vecchi conti.
Papà non c’è più. Ora devi farti forte Kawhi” si sente dire dall’altra sorella, ovviamente in lacrime.
Un’infanzia improvvisamente sgretolata, anni di progetti, di abbracci, di pomeriggi passati insieme all’autolavaggio, svanisce tutto.
Ma il giorno dopo Kawhi deve giocare, il corpo gli negherebbe ogni cosa, ma il cuore no.
Vuole battere Compton (destino beffardo, il padre viene ucciso proprio li) e dedicare la vittoria a papà Mark, che lo guarderà da lassù.
La cronaca ci consegna, invece, una sconfitta per 68-60 di Riverside, Kawhi segnerà 17 punti, ma è quello che succede dopo che cambia irrimediabilmente la vita di questo ragazzo.
Si lascia andare in un pianto liberatorio, torna a casa e, nel momento esatto nel quale inizia ad elaborare il lutto, smette di parlare.
Un vuoto tremendo. Qualcuno pensa addirittura che sia diventato autistico. Non interagisce neanche con i suoi amici, l’unico modo col quale riesce a comunicare è la pallacanestro.
Due ore prima di ogni allenamento Kawhi è già in palestra, a perfezionare il suo arresto e tiro, ad ogni errore si punisce con 30 flessioni.
Intanto gioca anche per davvero, anzi domina, perché l’ultimo anno di high school trascina Riverside (record di 30 vittorie e 3 sconfitte, lui mette assieme 22.6 punti, 13.1 rimbalzi, 4 assist e 3 stoppate per allacciata di scarpe) e viene nominato California Mr. Basketball.
Al college viene reclutato da San Diego State University e, sempre in silenzio, gioca due anni (70 partite, 14.1 punti, 10.2 rimbalzi e 2.2 assist di media), è tra i primi 10 giocatori di college basket della nazione, che si accorge di lui e di quel suo fisico anormale in relazione all’età, ed è il momento di spiccare il volo, nonostante tante università importanti siano pronte ad autentiche follie per averlo (ah, la sua maglia numero 15 degli “Aztecs” campeggerà, per sempre, sopra il soffitto della Viejas Arena di San Diego. Nessuno lo potrà indossare più, anche perché chissà se, da quelle parti, passerà più qualcuno come lui).
Gli Spurs, anzi, Gregg Popovich, che ne sa una più del diavolo, ha messo gli occhi su Kawhi già nella primavera del 2011.
Quando, qualche tempo dopo, gli chiederanno dei silenzi di Leonard lui, che non regala niente alla stampa neanche sotto tortura, risponderà: “Kawhi è taciturno, ma ci sono abituato. Duncan da 17 anni mi parla una volta ogni due settimane”. Fantastico Pop, e con Kawhi è amore a prima vista.
E’ attratto magneticamente dalle sue doti umane, dalla serietà e dalla sua etica del lavoro, perché è evidente che è venuto a conoscenza dei ritmi da “marine” del ragazzo di Riverside.
E per accaparrarselo sacrifica, addirittura, un suo fedelissimo, quel George Hill disciplinato cambio di Tony Parker, inviato ad Indiana in cambio della 15° scelta al Draft del 2011.
Quella con la quale i San Antonio Spurs scelgono Kawhi Leonard.
I 7 anni a San Antonio sono fantastici (due volte primo quintetto, due volte difensore dell’anno), la franchigia lo vede come futuro uomo simbolo, il vero dopo-Duncan, l’esplosione avviene nel 2014.
E’ pervaso dal sacro fuoco, l’avversario, in quelle Finals, è quel LeBron James che, con i Miami Heat, insegue uno storico “three peat” (hanno vinto nel 2012 e nel 2013, e nel 2013 hanno sconfitto proprio gli Spurs).
La definitiva consacrazione è in gara 4: siamo 2-1 per gli Spurs, la serie si è spostata all’American Airlines Arena, Kawhi distrugge letteralmente gli Heat, perché segnerà 29 punti tirando 10/13 dal campo.
Il capolavoro avviene, poi, in gara 5: oltre alla produzione offensiva (22 punti e 10 rimbalzi), toglie quasi completamente dalla partita James (il quasi è d’obbligo, quello è pur sempre LBJ, che ne metterà 31 ma con 21 tiri ed un brutto 3/9 da 3).
Gli Spurs vincono il titolo, lui verrà nominato MVP delle Finals.
In che giorno si è giocata quella gara 5? Il 15 Giugno. Cosa si festeggia il 15 Giugno in America? La festa del papà. Se non è quello un segno del destino…
Tutto sembra pronto per far si che il disegno si compia: Kawhi Leonard rinnoverà il suo contratto e diventerà il nuovo e definitivo simbolo degli Spurs.
Ma il lieto fine, si sa, spesso non è previsto nelle storie, a meno che non siano scritte da Walt Disney.
Il 18 Luglio 2018 viene ceduto ai Toronto Raptors, non la prospettiva che aveva immaginato per il suo futuro, ma quella con cui si è ritrovato a fare i conti senza poterci fare poi molto, visto che il coltello non sarebbe stato nelle sue mani per almeno un anno.
Fa capire subito che quella non è una destinazione gradita, ma ha sempre sostenuto che avrebbe fatto il possibile per vincere a Toronto.
Avrà ragione lui, come sempre.
La sua stagione 2018/2019 è quanto di più vicino possa andare al termine “onnipotente”.
26.6 punti, 7.3 rimbalzi, 3.3 assist e 1.8 recuperi di media in Regular Season, numeri che schizzano nei Play Off, perché parliamo di 30.5 punti, 9.1 rimbalzi, 4 assist e 1.7 recuperi di media.
E’ stato straordinario anche nel far andare a genio una situazione potenzialmente esplosiva come quella delle sue assenze programmate, concordando fin da subito, con lo staff medico dei Raptors, che la cosa migliore per il suo delicato fisico fosse saltare tutti i “back-to-back” e disputare molte meno delle 82 partite previste sul calendario.
In altri spogliatoi questo trattamento privilegiato da parte della franchigia avrebbe creato malumori e dissensi, ma i suoi compagni hanno sempre dato l’impressione di accettare che lui fosse diverso dagli altri, e un po’ perché si erano resi conto anche loro che uno così, a Toronto, quando ci passa più?
In quei Play Off ci regalerà un viaggio, in prima classe, all’interno del suo mondo fantastico.
Un viaggio condito da alcune perle memorabili: la schiacciata in testa a Giannis Antetokounmpo in gara 6 contro Milwaukee, che chiude i giochi e spinge i Raptors alle Finals, ma prim’ancora, in semifinale, quella selvaggia semifinale contro Philadelphia, ci sono due momenti che hanno riscritto la storia di questo gioco.
Il tiro che realizza, in gara 4, in casa dei 76ers che stanno conducendo 2-1 quella serie, senza il quale non avremmo il finale della storia e non avremmo quello che avverrà in gara 7.
Il punteggio dice 90-90, mancano 3” alla fine del tempo regolamentare: riceve un passaggio da una rimessa laterale, palleggia fino ad arrivare all’angolo del campo e lascia andare il tiro, una parabola magica resa ancora più arcuata dall’opposizione di Joel Embiid, che è un’autentica statua d’ebano.
La palla rimbalza sul ferro due volte, prima di entrare nel canestro e far esplodere il “Jurassic Park” di Toronto.
Quella volta urla anche lui, lui che non ha mai fatto vedere una sua emozione sul campo, ma quella volta non riesce a trattenersi.
L’opera si completa in finale, quando superano gli apparentemente imbattibili Golden State Warriors, e lui è nuovamente MVP delle Finals.
Quel rapporto che sembrava dovesse naufragare, viste le pretese, non solo si consolida, ma ora non vogliono che vada via.
Ma il richiamo di casa è troppo forte, e ci torna, perché firma per i Los Angeles Clippers.
L’essere diventato uno dei 5 giocatori più forti del Mondo non gli impedisce di rimanere un ragazzo normale: pare che guida ancora la Chevy Malibu che guidava ai tempi di San Diego, così come pare che sul cellulare abbia un’applicazione che pubblica i versi della Bibbia.
Preferisce in particolar modo la storia di Giobbe, che perde famiglia, lavoro, soldi e salute, senza mai perdere la fede.
Quella fede che Kawhi ha ereditato da sua nonna, fervente cattolica: grazie alla fede incontra una nuova famiglia, torna a splendere e la vita gli sorride di nuovo.
Perchè questo piace di lui, l’essere rimasto un ragazzo normale, che guadagna milioni di dollari ma resta umile.
In silenzio, solitario, con le treccine sempre in ordine, come quel maledetto 19 Gennaio 2008.
Papà Mark, che da lassù osserva, sicuramente starà sorridendo.

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