Introspettivo, fino ai confini più oscuri del
pensiero.
Contraddittorio, ma sempre vero, concreto e tangibile.
Come il suo legame con la pallacanestro, assolutamente indissolubile.
Un talento cestistico puro, inseparabilmente connesso a una straordinaria fragilità emotiva.
Peso della popolarità, fittizia felicità della ricchezza, paura dell’indifferenza.
L’eco del dolore lungo il cammino.
Tutto questo, e forse molto altro, è racchiuso in Stephon Xavier Marbury.
Contraddittorio, ma sempre vero, concreto e tangibile.
Come il suo legame con la pallacanestro, assolutamente indissolubile.
Un talento cestistico puro, inseparabilmente connesso a una straordinaria fragilità emotiva.
Peso della popolarità, fittizia felicità della ricchezza, paura dell’indifferenza.
L’eco del dolore lungo il cammino.
Tutto questo, e forse molto altro, è racchiuso in Stephon Xavier Marbury.
Il 20 Febbraio 1977, a Coney
Island, quartiere peninsulare di Brooklyn, Don e Mabel danno alla luce il
quarto dei loro sette figli, che si chiama Stephon.
L’amore
per il basket glielo trasmettono i suoi tre fratelli maggiori, Eric (che è
stato compagno di squadra del leggendario Dominique
Wilkins a Georgia University), Donnie e Norman, che hanno grande influenza
su di lui e gli insegnano tutto quello che sanno sul basket, mentre sua sorella
Stephanie si prende cura di lui a livello educativo, visto che mamma Mabel
(maestra d’asilo) è lontana per lavoro.
A 9 anni il piccolo “Steph” è l’attrazione della Lincoln High School dove,
negli intervalli delle partite, si esibisce in tiri e palleggi.
Il battesimo del fuoco avviene al “The Garden”, storico playground del quartiere, dove inizia a misurarsi con il clima partita e con il duro asfalto newyorchese, il tutto condito dall’aria che, nella Grande Mela, si respira in quegli anni.
A 11 anni gioca, senza grossi problemi, contro gente anche 3 anni più grande di lui, e inizia a farsi un nome, visto che i suoi “pick up games” vengono visti da decine e decine di interessati.
A 14 anni, seguendo la tradizione di famiglia, si iscrive alla Lincoln High School (forse vi ricorda qualcosa, se avete visto “He Got Game”, il film del 1998 diretto da Spike Lee con Denzel Washington e Ray Allen, un must per gli appassionati di basket), indossando la maglia numero 3 utilizzata, prima di lui, dai tre fratelli, che però, in quella scuola, sono sinonimo di talento sprecato e occasioni perse.
“Lavora duramente ok? Non mandare tutto a puttane come i tuoi fratelli!”, questa l’accoglienza quando mette piede la prima volta nella scuola. Concetto recepito, visto che gli anni alla Lincoln High School saranno pieni di soddisfazioni personali: i numeri parlano di 27.4 punti e 8.3 assist di media, nel 1994/1995 (suo “Senior Year”) viene nominato New York State Mr. Basketball e invitato al prestigioso McDonald’s All American High School Tournament.
Le università fanno letteralmente a pugni per accaparrarselo (nonostante venga descritto come un ragazzo irascibile e presuntuoso), si fanno avanti UCLA, Syracuse (dove lo vorrebbe la famiglia) e Minnesota, ma la scelta cade su Georgia Tech, consigliato da Kenny Anderson (playmaker dei Nets che adora).
Nonostante questo non firma la lettera d’intenti all’università di Atlanta, e questa cosa scatena parecchi rumors attorno al giocatore (quello più insistente è che Fresno State abbia offerto a suo fratello Donnie il ruolo di assistente se avesse accettato di andare li).
La realtà è che la famiglia vuole che Stephon vada quanto prima in NBA, se non subito massimo dopo un anno di college.
La scintilla di lasciare Coney Island, per trasferirsi ad Atlanta, scatta dopo che il suo amico Jason Sowell viene ucciso nel suo appartamento. E’ ora di cambiare aria.
L’impatto con la nuova realtà, e col gioco estremamente organizzato di coach Bobby Cremins, non è facile, anche perché lui è proiettato già alla NBA. E’ discontinuo e scostante, oltre a non impegnarsi abbastanza.
Cremins lo affronta duramente dopo l’ennesima sconfitta con annessa pessima prestazione individuale, e le cose iniziano a cambiare: Marbury si mette a disposizione del coach e della squadra, che inizia a girare ed arriverà fino alle “Sweet 16” in quel torneo NCAA.
Come ampiamente previsto si rende eleggibile al Draft NBA del 1996 (a mio modo di vedere uno dei tre migliori di sempre): i Milwaukee Bucks lo scelgono alla 4° pick assoluta, ma non ha neanche il tempo di indossare il tradizionale cappellino sul palco di East Rutherford, perché viene immediatamente ceduto ai Minnesota Timberwolves (in cambio di Ray Allen), dove sarà compagno di squadra di Kevin Garnett.
L’impatto di Steph sulla Lega è ottimo, grazie al suo gioco offensivo molto brillante, la squadra accede, per la prima volta nella sua storia, ai Play Off (fuori subito per mano degli Houston Rockets) e lui arriva secondo nella classifica del “Rookie of The Year” (vinto da Allen Iverson, brutto Draft quello del ’96 vero? C’era anche Kobe…).
Quei Twolves, molto giovani, hanno grossi margini di miglioramento (Garnett estende il suo contratto per altri 6 anni, 120 milioni totali), ma qui iniziano i problemi, perché Marbury non si sente da meno rispetto al compagno e inizia a mugugnare.
Il secondo anno la sua crescita è evidente (17.7 punti e 8.6 assist di media), la squadra torna ai Play Off ma va fuori, ancora una volta, al primo turno, stavolta contro i Seattle Supersonics in 5 partite.
Le delusioni sportive, abbinate a quelle legate alla negoziazione del suo nuovo contratto, creano un contesto negativo attorno alla sua permanenza ai Timberwolves.
Steph non è contento per tre motivi: vuole essere solo lui al centro del progetto, Minneapolis non gli piace perché fa sempre freddo e ha un mercato povero a livello di sponsorizzazioni (come dargli torto su questi due aspetti), è troppo lontano da casa.
Nell’estate del 1998 rifiuta l’estensione contrattuale, il suo futuro è segnato: il suo agente chiede la cessione immediata, accontentato visto che finirà ai New Jersey Nets.
Si avvicina a casa, ma trova una squadra in piena ricostruzione, con pochissime ambizioni e aspirazioni.
Non a caso, nelle tre stagioni di permanenza ai Nets, parlano i record (16-34, 31-51 e 26-56), ma almeno la palla ce l’ha sempre lui e a livello di rendimento personale qualche buona cifra la produce, tanto da meritarsi la chiamata all’All Star Game del 2001.
La squadra è sulle sue spalle (eloquente quando, durante una partita, si presenta con un messaggio molto evidente scritto sul nastro posto sopra le sue scarpe: All Alone #33), ma l’avventura a Brooklyn si conclude il 28 Giugno 2001, quando viene ceduto ai Phoenix Suns.
Il triennio in Arizona (che si frappone fra la “Kidd Era” [1996-2001] e la “Nash Era” [2004-2012]), considerando la sua personalità e il suo background culturale, rappresenta uno dei periodi più solidi e maturi della carriera di Stephon Marbury.
E’ al centro del progetto e i suoi numeri (sempre oltre i 20 punti e i 9 assist di media nelle tre stagioni ai Suns) sono figli dell’enorme fiducia riposta in lui dall’ambiente, che però non decolla (disputeranno i Play Off solo nel 2003, fuori al primo turno contro gli Spurs), anche se il suo periodo con i “cactus” (che vede la sua seconda chiamata all’All Star Game nel 2003) ci lascia in dote una giocata che io, sinceramente, vi consiglio di cercare su YouTube (anche se potrebbe creare dipendenza).
Contropiede in campo aperto spinto da Marbury (mi pare contro i Cavs), poco dopo aver superato la linea di tiro da 3 si fa passare la palla in mezzo alle gambe e lascia partire un passaggio con la mano sinistra direttamente dal palleggio, che finisce nelle mani di Jake Tsakalidis il quale chiude con canestro e fallo.
L’arrivo, in panchina, di Mike D’Antoni fa terminare, in pratica, l’avventura di Stephon sotto il sole dell’Arizona: il 5 Gennaio 2004 viene ceduto ai New York Knicks, torna nella città che l’ha visto crescere, con l’opportunità di giocare nella squadra che ha sempre sognato.
Sembrano le premesse per una bella storia…appunto…sembrano.
Entra in punta dei piedi in quello spogliatoio controllato da Allan Houston (l’ultimo reduce del periodo di fine anni ’90), con 19.8 punti e 9.3 assist di media contribuisce alla ripresa della squadra, che centra la post season dove, però, sarà un autentico bagno di sangue, perché vengono triturati dai New Jersey Nets (4-0).
E non va meglio in estate, perché farà parte della spedizione americana alle Olimpiadi di Atene, dove arriva un deludente bronzo che ancora adesso viene (amaramente) ricordato.
Finita qui? Macchè. Poco prima dell’inizio della stagione 2004/2005 uno dei suoi cugini viene ucciso, a colpi di pistola, a Coney Island.
Ha il morale sotto i piedi e, per la prima volta nella sua vita, inizia a conoscere i demoni che abitano la sua mente. Lui gioca tutte le partite di quella stagione (21.7 punti e 8.1 assist di media), la leadership cui ha sempre aspirato inizia a farsi vedere, ma i risultati di squadra non arrivano.
In panchina arriva Larry Brown (non proprio da ricordare la prima esperienza insieme ad Atene 2004), ma le cose non migliorano, anzi.
Marbury è emotivamente distaccato, i suoi numeri calano e il rapporto con Brown, già non idilliaco di suo, peggiora definitivamente: gli insulti e le liti tra i due sono un leit motif di quelle sessioni di allenamento.
Nonostante trovi rifugio nei suoi progetti personali (fonda, assieme alla Steve & Barry’s, il marchio “Starbury”, una nuova linea di scarpe di pallacanestro a basso costo per permettere a tutti di poterle acquistare), non ha punti di riferimento; è fragile e ha smarrito il sorriso di un tempo.
Il suo gioco migliora sensibilmente, ma le sue sofferenze stanno per iniziare, perché nei mesi che concludono il 2007 gli succede di tutto.
La “Starbury” fallisce e con essa anche l’immagine commerciale di Stephon, in poche settimane muoiono sua zia (sorella della madre, alla quale era legatissimo) e un suo vecchio allenatore nei tornei estivi.
Il cerchio si chiude il 2 Dicembre 2007: al termine della partita dei Knicks contro i Suns, coach Isaiah Thomas (che intanto ha sostituito Brown) gli si avvicina e gli dice che suo padre Don, presente sugli spalti, ha avuto un attacco di cuore nel bel mezzo della gara, morendo poco dopo in ospedale.
Steph è distrutto, inconsolabile, col cuore frantumato in mille pezzi, passa il resto di quella stagione a litigare con Thomas, col quale ha scontri piuttosto forti.
Il clima a New York è pessimo, visto che la squadra chiude quel 2007/2008 con appena 23 vittorie: per Marbury solo 24 partite all’attivo, perché si opera (a detta di molti inutilmente) alla caviglia e a Febbraio ha già terminato la stagione.
Quel periodo di inattività lo distrugge, passa le sue giornate a letto, non vuole vedere e sentire nessuno: la morte del padre, il fallimento del suo brand e il declino della sua carriera l’hanno annichilito, facendogli anche fare pensieri terribili.
“Ero intrappolato nei miei pensieri. La gente mi odiava. Non era solo più pallacanestro. Era diventata una cosa riguardante me. Ero depresso e malato, volevo morire e ho pensato più volte di uccidermi.”
La pietra tombale sulla sua esperienza ai Knicks arriva con la nomina, a capo allenatore, di quel Mike D’Antoni che aveva fatto terminare la sua esperienza a Phoenix.
Nel Febbraio del 2009 si accorda con i Boston Celtics, salutando la sua città nel peggiore dei modi, senza lasciare il segno e senza aver vissuto il suo sogno aspettato da tutta una vita.
Ai Celtics è il vice-Rondo nella squadra che arriverà fino alle semifinali di Conference nel 2009 (fuori 4-3 contro gli Orlando Magic), in estate i trifogli gli offrono il rinnovo al minimo salariale ma lui rifiuta, vuole prendersi una pausa.
La situazione precipita rapidamente: appare in alcuni video dove parla della depressione, piange a dirotto, mangia vasellina da un vasetto, ha problemi psicologici e non sembra aver del tutto abbandonato quella tendenza suicida.
Sembra la fine, ma la svolta arriva nel Dicembre del 2009, quando riceve una telefonata dalla Yang Company: vogliono capire se ci sono possibilità che lui possa andare a giocare in Cina.
Temporeggia, ci pensa, quando però lo richiamano la risposta è “Why Not?”
Nel Gennaio del 2010 approda in Cina, con i Beijing Ducks gioca dal 2011 al 2017, conquistando tre titoli e diventando il giocatore straniero più importante della storia sportiva della nazione.
Diventa cittadino onorario di Pechino, viene eretta una statua in suo onore all’esterno del LeSports Center (l’arena dove, nel 2008, si è giocata la finale olimpica tra Usa Team e Spagna), fanno un francobollo che lo rappresenta, un musical (“I am Marbury: The evolution of a Lone Wolf”) basato sulla sua nuova vita in Cina e un museo che celebra la sua carriera.
Inoltre fonda una scuola di basket in città e un centro riabilitativo per bambini.
La Cina ha abbracciato e capito Marbury, e lui è diventato uno di loro, si è finalmente realizzato (appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore dei Beijing Royal Fighters, i nomi delle squadre cinesi sono fantastici) e ha abbandonato quei demoni che oscuravano la sua mente.
Una storia che ha avuto il suo lieto fine, come la sua vita, dove una cosa non mancherà mai: la pallacanestro.
L’ha definito come uomo ed è il motore delle sue emozioni, ed è in storie come questa che è racchiusa l’essenza più profonda di questo sport meraviglioso.
Il battesimo del fuoco avviene al “The Garden”, storico playground del quartiere, dove inizia a misurarsi con il clima partita e con il duro asfalto newyorchese, il tutto condito dall’aria che, nella Grande Mela, si respira in quegli anni.
A 11 anni gioca, senza grossi problemi, contro gente anche 3 anni più grande di lui, e inizia a farsi un nome, visto che i suoi “pick up games” vengono visti da decine e decine di interessati.
A 14 anni, seguendo la tradizione di famiglia, si iscrive alla Lincoln High School (forse vi ricorda qualcosa, se avete visto “He Got Game”, il film del 1998 diretto da Spike Lee con Denzel Washington e Ray Allen, un must per gli appassionati di basket), indossando la maglia numero 3 utilizzata, prima di lui, dai tre fratelli, che però, in quella scuola, sono sinonimo di talento sprecato e occasioni perse.
“Lavora duramente ok? Non mandare tutto a puttane come i tuoi fratelli!”, questa l’accoglienza quando mette piede la prima volta nella scuola. Concetto recepito, visto che gli anni alla Lincoln High School saranno pieni di soddisfazioni personali: i numeri parlano di 27.4 punti e 8.3 assist di media, nel 1994/1995 (suo “Senior Year”) viene nominato New York State Mr. Basketball e invitato al prestigioso McDonald’s All American High School Tournament.
Le università fanno letteralmente a pugni per accaparrarselo (nonostante venga descritto come un ragazzo irascibile e presuntuoso), si fanno avanti UCLA, Syracuse (dove lo vorrebbe la famiglia) e Minnesota, ma la scelta cade su Georgia Tech, consigliato da Kenny Anderson (playmaker dei Nets che adora).
Nonostante questo non firma la lettera d’intenti all’università di Atlanta, e questa cosa scatena parecchi rumors attorno al giocatore (quello più insistente è che Fresno State abbia offerto a suo fratello Donnie il ruolo di assistente se avesse accettato di andare li).
La realtà è che la famiglia vuole che Stephon vada quanto prima in NBA, se non subito massimo dopo un anno di college.
La scintilla di lasciare Coney Island, per trasferirsi ad Atlanta, scatta dopo che il suo amico Jason Sowell viene ucciso nel suo appartamento. E’ ora di cambiare aria.
L’impatto con la nuova realtà, e col gioco estremamente organizzato di coach Bobby Cremins, non è facile, anche perché lui è proiettato già alla NBA. E’ discontinuo e scostante, oltre a non impegnarsi abbastanza.
Cremins lo affronta duramente dopo l’ennesima sconfitta con annessa pessima prestazione individuale, e le cose iniziano a cambiare: Marbury si mette a disposizione del coach e della squadra, che inizia a girare ed arriverà fino alle “Sweet 16” in quel torneo NCAA.
Come ampiamente previsto si rende eleggibile al Draft NBA del 1996 (a mio modo di vedere uno dei tre migliori di sempre): i Milwaukee Bucks lo scelgono alla 4° pick assoluta, ma non ha neanche il tempo di indossare il tradizionale cappellino sul palco di East Rutherford, perché viene immediatamente ceduto ai Minnesota Timberwolves (in cambio di Ray Allen), dove sarà compagno di squadra di Kevin Garnett.
L’impatto di Steph sulla Lega è ottimo, grazie al suo gioco offensivo molto brillante, la squadra accede, per la prima volta nella sua storia, ai Play Off (fuori subito per mano degli Houston Rockets) e lui arriva secondo nella classifica del “Rookie of The Year” (vinto da Allen Iverson, brutto Draft quello del ’96 vero? C’era anche Kobe…).
Quei Twolves, molto giovani, hanno grossi margini di miglioramento (Garnett estende il suo contratto per altri 6 anni, 120 milioni totali), ma qui iniziano i problemi, perché Marbury non si sente da meno rispetto al compagno e inizia a mugugnare.
Il secondo anno la sua crescita è evidente (17.7 punti e 8.6 assist di media), la squadra torna ai Play Off ma va fuori, ancora una volta, al primo turno, stavolta contro i Seattle Supersonics in 5 partite.
Le delusioni sportive, abbinate a quelle legate alla negoziazione del suo nuovo contratto, creano un contesto negativo attorno alla sua permanenza ai Timberwolves.
Steph non è contento per tre motivi: vuole essere solo lui al centro del progetto, Minneapolis non gli piace perché fa sempre freddo e ha un mercato povero a livello di sponsorizzazioni (come dargli torto su questi due aspetti), è troppo lontano da casa.
Nell’estate del 1998 rifiuta l’estensione contrattuale, il suo futuro è segnato: il suo agente chiede la cessione immediata, accontentato visto che finirà ai New Jersey Nets.
Si avvicina a casa, ma trova una squadra in piena ricostruzione, con pochissime ambizioni e aspirazioni.
Non a caso, nelle tre stagioni di permanenza ai Nets, parlano i record (16-34, 31-51 e 26-56), ma almeno la palla ce l’ha sempre lui e a livello di rendimento personale qualche buona cifra la produce, tanto da meritarsi la chiamata all’All Star Game del 2001.
La squadra è sulle sue spalle (eloquente quando, durante una partita, si presenta con un messaggio molto evidente scritto sul nastro posto sopra le sue scarpe: All Alone #33), ma l’avventura a Brooklyn si conclude il 28 Giugno 2001, quando viene ceduto ai Phoenix Suns.
Il triennio in Arizona (che si frappone fra la “Kidd Era” [1996-2001] e la “Nash Era” [2004-2012]), considerando la sua personalità e il suo background culturale, rappresenta uno dei periodi più solidi e maturi della carriera di Stephon Marbury.
E’ al centro del progetto e i suoi numeri (sempre oltre i 20 punti e i 9 assist di media nelle tre stagioni ai Suns) sono figli dell’enorme fiducia riposta in lui dall’ambiente, che però non decolla (disputeranno i Play Off solo nel 2003, fuori al primo turno contro gli Spurs), anche se il suo periodo con i “cactus” (che vede la sua seconda chiamata all’All Star Game nel 2003) ci lascia in dote una giocata che io, sinceramente, vi consiglio di cercare su YouTube (anche se potrebbe creare dipendenza).
Contropiede in campo aperto spinto da Marbury (mi pare contro i Cavs), poco dopo aver superato la linea di tiro da 3 si fa passare la palla in mezzo alle gambe e lascia partire un passaggio con la mano sinistra direttamente dal palleggio, che finisce nelle mani di Jake Tsakalidis il quale chiude con canestro e fallo.
L’arrivo, in panchina, di Mike D’Antoni fa terminare, in pratica, l’avventura di Stephon sotto il sole dell’Arizona: il 5 Gennaio 2004 viene ceduto ai New York Knicks, torna nella città che l’ha visto crescere, con l’opportunità di giocare nella squadra che ha sempre sognato.
Sembrano le premesse per una bella storia…appunto…sembrano.
Entra in punta dei piedi in quello spogliatoio controllato da Allan Houston (l’ultimo reduce del periodo di fine anni ’90), con 19.8 punti e 9.3 assist di media contribuisce alla ripresa della squadra, che centra la post season dove, però, sarà un autentico bagno di sangue, perché vengono triturati dai New Jersey Nets (4-0).
E non va meglio in estate, perché farà parte della spedizione americana alle Olimpiadi di Atene, dove arriva un deludente bronzo che ancora adesso viene (amaramente) ricordato.
Finita qui? Macchè. Poco prima dell’inizio della stagione 2004/2005 uno dei suoi cugini viene ucciso, a colpi di pistola, a Coney Island.
Ha il morale sotto i piedi e, per la prima volta nella sua vita, inizia a conoscere i demoni che abitano la sua mente. Lui gioca tutte le partite di quella stagione (21.7 punti e 8.1 assist di media), la leadership cui ha sempre aspirato inizia a farsi vedere, ma i risultati di squadra non arrivano.
In panchina arriva Larry Brown (non proprio da ricordare la prima esperienza insieme ad Atene 2004), ma le cose non migliorano, anzi.
Marbury è emotivamente distaccato, i suoi numeri calano e il rapporto con Brown, già non idilliaco di suo, peggiora definitivamente: gli insulti e le liti tra i due sono un leit motif di quelle sessioni di allenamento.
Nonostante trovi rifugio nei suoi progetti personali (fonda, assieme alla Steve & Barry’s, il marchio “Starbury”, una nuova linea di scarpe di pallacanestro a basso costo per permettere a tutti di poterle acquistare), non ha punti di riferimento; è fragile e ha smarrito il sorriso di un tempo.
Il suo gioco migliora sensibilmente, ma le sue sofferenze stanno per iniziare, perché nei mesi che concludono il 2007 gli succede di tutto.
La “Starbury” fallisce e con essa anche l’immagine commerciale di Stephon, in poche settimane muoiono sua zia (sorella della madre, alla quale era legatissimo) e un suo vecchio allenatore nei tornei estivi.
Il cerchio si chiude il 2 Dicembre 2007: al termine della partita dei Knicks contro i Suns, coach Isaiah Thomas (che intanto ha sostituito Brown) gli si avvicina e gli dice che suo padre Don, presente sugli spalti, ha avuto un attacco di cuore nel bel mezzo della gara, morendo poco dopo in ospedale.
Steph è distrutto, inconsolabile, col cuore frantumato in mille pezzi, passa il resto di quella stagione a litigare con Thomas, col quale ha scontri piuttosto forti.
Il clima a New York è pessimo, visto che la squadra chiude quel 2007/2008 con appena 23 vittorie: per Marbury solo 24 partite all’attivo, perché si opera (a detta di molti inutilmente) alla caviglia e a Febbraio ha già terminato la stagione.
Quel periodo di inattività lo distrugge, passa le sue giornate a letto, non vuole vedere e sentire nessuno: la morte del padre, il fallimento del suo brand e il declino della sua carriera l’hanno annichilito, facendogli anche fare pensieri terribili.
“Ero intrappolato nei miei pensieri. La gente mi odiava. Non era solo più pallacanestro. Era diventata una cosa riguardante me. Ero depresso e malato, volevo morire e ho pensato più volte di uccidermi.”
La pietra tombale sulla sua esperienza ai Knicks arriva con la nomina, a capo allenatore, di quel Mike D’Antoni che aveva fatto terminare la sua esperienza a Phoenix.
Nel Febbraio del 2009 si accorda con i Boston Celtics, salutando la sua città nel peggiore dei modi, senza lasciare il segno e senza aver vissuto il suo sogno aspettato da tutta una vita.
Ai Celtics è il vice-Rondo nella squadra che arriverà fino alle semifinali di Conference nel 2009 (fuori 4-3 contro gli Orlando Magic), in estate i trifogli gli offrono il rinnovo al minimo salariale ma lui rifiuta, vuole prendersi una pausa.
La situazione precipita rapidamente: appare in alcuni video dove parla della depressione, piange a dirotto, mangia vasellina da un vasetto, ha problemi psicologici e non sembra aver del tutto abbandonato quella tendenza suicida.
Sembra la fine, ma la svolta arriva nel Dicembre del 2009, quando riceve una telefonata dalla Yang Company: vogliono capire se ci sono possibilità che lui possa andare a giocare in Cina.
Temporeggia, ci pensa, quando però lo richiamano la risposta è “Why Not?”
Nel Gennaio del 2010 approda in Cina, con i Beijing Ducks gioca dal 2011 al 2017, conquistando tre titoli e diventando il giocatore straniero più importante della storia sportiva della nazione.
Diventa cittadino onorario di Pechino, viene eretta una statua in suo onore all’esterno del LeSports Center (l’arena dove, nel 2008, si è giocata la finale olimpica tra Usa Team e Spagna), fanno un francobollo che lo rappresenta, un musical (“I am Marbury: The evolution of a Lone Wolf”) basato sulla sua nuova vita in Cina e un museo che celebra la sua carriera.
Inoltre fonda una scuola di basket in città e un centro riabilitativo per bambini.
La Cina ha abbracciato e capito Marbury, e lui è diventato uno di loro, si è finalmente realizzato (appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore dei Beijing Royal Fighters, i nomi delle squadre cinesi sono fantastici) e ha abbandonato quei demoni che oscuravano la sua mente.
Una storia che ha avuto il suo lieto fine, come la sua vita, dove una cosa non mancherà mai: la pallacanestro.
L’ha definito come uomo ed è il motore delle sue emozioni, ed è in storie come questa che è racchiusa l’essenza più profonda di questo sport meraviglioso.

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